Sanremo tra musica e diritti: solidarietà ai giovani manifestanti


Musica ovunque. Luci, sorrisi, abiti scintillanti, red carpet e aria di festa. La kermesse canora più seguita d’Italia trasforma ogni anno Sanremo in un palcoscenico globale. Il 24 febbraio 2026, mentre l’attenzione era concentrata sulle note e sulle emozioni del Festival, alcuni giovani hanno scelto di sollevare un tema che ritengono cruciale: la crisi climatica e il ruolo degli sponsor energetici.

Un’azione breve, non violenta, durata pochi secondi sul blue carpet. Uno striscione, slogan, la volontà di attirare l’attenzione. Nulla che abbia interrotto lo spettacolo. Eppure la risposta delle autorità ha aperto un dibattito che oggi va oltre il Festival.

La sproporzione della risposta

Il punto più discusso riguarda il divario tra l’azione e le conseguenze.

Secondo quanto riportato da testate locali e nazionali come Il Fatto Quotidiano e Riviera24, il Questore avrebbe disposto 13 fogli di via con divieto di ritorno a Sanremo per tre anni. I manifestanti sarebbero stati trattenuti in commissariato per oltre sei ore, compresi alcuni ragazzi che stavano semplicemente documentando l’azione con il telefono.

Il ricorso contro questi provvedimenti, fondati su misure preventive, comporta costi legali significativi. Ed è proprio qui che nasce la preoccupazione di molte associazioni: la sanzione non solo come risposta amministrativa, ma come deterrente economico e psicologico verso il dissenso.

Una frase che pesa

Durante i controlli sarebbe stata pronunciata una frase destinata a far discutere: “Durante un controllo di polizia non avete nessun diritto”.

Parole che, se confermate, sollevano interrogativi profondi sul rapporto tra sicurezza e diritti fondamentali. Le realtà giovanili del territorio parlano di clima eccessivamente repressivo, soprattutto in un contesto — quello del Festival — fortemente militarizzato per motivi di ordine pubblico.

Il punto non è negare l’esigenza di sicurezza. Il punto è chiedersi dove stia l’equilibrio tra tutela dell’ordine e tutela delle libertà costituzionali.

Il merito della protesta: sponsor e greenwashing

I giovani attivisti contestano la presenza di grandi gruppi energetici e crocieristici tra gli sponsor del Festival. Tra i nomi citati figurano Eni (attraverso Enilive e Plenitude) e Costa Crociere.

Le accuse ruotano attorno al concetto di greenwashing: utilizzare eventi culturali di grande visibilità per riposizionare l’immagine pubblica, mentre — secondo gli attivisti — le attività industriali continuerebbero ad avere un forte impatto ambientale.

Si può essere d’accordo o meno con questa lettura. Ma la questione ambientale è reale, ed è parte del dibattito pubblico globale. Ridurre tutto a “disturbo dell’ordine” rischia di evitare il confronto sul merito.

Solidarietà e diritto al dissenso

Sanremo è festa, tradizione, spettacolo. Ma è anche spazio pubblico. E lo spazio pubblico, in una democrazia matura, dovrebbe tollerare il dissenso pacifico.

Esprimere solidarietà ai manifestanti non significa approvare ogni modalità di protesta. Significa difendere un principio: la libertà di esprimere un’opinione, soprattutto quando riguarda il futuro del pianeta e delle nuove generazioni.

La musica unisce. Ma la musica non può diventare un fondale che copre le domande scomode.

La vera forza di una democrazia non si misura quando tutto è armonia. Si misura quando sa gestire il dissenso senza trasformarlo in colpa.

E forse, tra le luci del Festival, la questione più importante non è ciò che è successo in pochi secondi sul red carpet. È come abbiamo scelto di reagire.

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