Sanremo, il Festival e il grande affare degli affitti: quando il business supera la dignità.

Ogni anno il Festival della Canzone Italiana accende i riflettori su Sanremo. La musica riempie il Teatro Ariston, le radio trasmettono senza sosta, gli artisti si rincorrono tra conferenze stampa e showcase. Ma fuori dalle luci del palco, si consuma un altro spettacolo. Meno poetico. Molto più redditizio.

Parliamo del business degli affitti brevi durante la settimana del Festival di Sanremo. Un mercato parallelo che, secondo quanto riportato da Il Sole 24 Ore e da altre testate nazionali, raggiunge cifre che definire esorbitanti è quasi un eufemismo.

Per un bilocale si possono chiedere fino a 6.500 euro per sette giorni. In centro, nelle immediate vicinanze del Teatro Ariston, si superano facilmente i 600-650 euro a notte. Rispetto alla settimana di Ferragosto – già considerata il picco stagionale – gli aumenti medi arrivano al 105%. E il fenomeno non si limita alla città dei fiori: Ospedaletti registra rincari fino al 73%, Taggia tra il 20 e il 39%.

Il libero mercato esiste, certo. E nessuno discute il diritto di valorizzare un immobile in un periodo di alta domanda. Ma quando il prezzo diventa speculazione sistematica, e quando alla speculazione si aggiunge l’inganno, il problema non è più economico. È morale.

Durante l’ultima edizione si sono moltiplicate le segnalazioni di affitti fantasma. Il caso più clamoroso riguarda un appartamento di via Volta affittato contemporaneamente a circa quaranta persone tra turisti e operatori dell’informazione: chiavi mai consegnate, indagini in corso, persone rimaste in strada nel pieno della settimana più affollata dell’anno.

Una vicenda che ha fatto rumore. Ma non è stata l’unica.

Anche la nostra redazione si è trovata coinvolta in una situazione gravissima, che preferiamo raccontare senza indicare il nome della struttura, perché sono in corso denunce formali.

La struttura in questione si presentava online come un’oasi esclusiva tra le mura medievali di Bussana Vecchia, con camere tutte dotate di bagno privato e splendida vista mare, ristorante bio, pesce freschissimo “garantito tutti i giorni”, prodotti da agricoltura biologica certificata, orto biodinamico, colazioni interamente biologiche. Una narrazione perfetta: mare, arte, silenzio, qualità.

Bussana Vecchia (Sanremo)

La realtà, però, è stata ben diversa.

Non servita da mezzi pubblici nel pomeriggio e in serata. Raggiungibile solo in taxi, su una strada pericolosa a senso alternato, tanto che lo stesso tassista si è rifiutato di proseguire oltre un certo punto. Da lì, due chilometri a piedi in salita, lungo viottoli isolati, con assenza totale di connessione cellulare. Un dettaglio non secondario, quando si lavora con attrezzature, dirette, collegamenti, aggiornamenti continui.

Il risultato? Diciassette chilometri tra andata e ritorno per tentare di raggiungere una sistemazione che si è rivelata impraticabile. E il giorno dopo, nessuna disponibilità a rimborsare la caparra versata. Non solo: la stessa struttura avrebbe creato analoghi problemi ad almeno altre due persone appartenenti alla medesima organizzazione.

Qui non si parla di vista mare più o meno panoramica. Qui si parla di condizioni oggettivamente inadeguate rispetto a quanto prospettato, in un contesto in cui ogni ora di lavoro conta e ogni spostamento è pianificato al minuto.

Il Festival genera un indotto enorme. Alberghi, B&B, appartamenti privati, ristoranti, servizi taxi: è normale che l’economia locale ne tragga beneficio. È sempre stato così. E va bene che sia così.

Ma quando il guadagno facile diventa priorità assoluta, quando si promette ciò che non si può garantire, quando si incassano caparre senza assumersi responsabilità, allora si mina la credibilità di un’intera città.

Sanremo vive anche di reputazione. E la reputazione si costruisce in decenni, ma si può compromettere in una settimana.

La musica merita rispetto. Gli operatori dell’informazione meritano rispetto. I turisti meritano rispetto. E chi lavora seriamente nel settore ricettivo – perché ce ne sono tanti, corretti e professionali – merita di non essere confuso con chi sfrutta il caos per fare cassa.

Il Festival è arte, cultura popolare, tradizione italiana. Ma intorno, ormai, è diventato un laboratorio di speculazione spinta.

La domanda non è se il mercato debba essere libero. La domanda è: fino a che punto può dirsi sano un sistema che, pur di massimizzare il profitto in cinque giorni, accetta il rischio di lasciare persone in strada?

Forse è arrivato il momento di una riflessione seria, anche a livello istituzionale, su controlli, trasparenza e tutele nei grandi eventi nazionali.

Perché il palco può anche brillare. Ma se dietro le quinte regna il far west, il conto prima o poi lo paga l’intera comunità.

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