Il 12 dicembre 2025 l’Unione Europea ha deciso l’immobilizzazione a tempo indeterminato di circa 210 miliardi di euro di asset riconducibili alla Banca Centrale Russa. Formalmente si parla di sanzione politica. Ma limitarla a questo significa non voler guardare più a fondo.
Come spiega il video che pubblichiamo in fondo all’articolo, il punto non è solo la Russia. Il punto è il precedente. Per la prima volta una massa enorme di titoli detenuti presso un depositario centrale europeo viene congelata non come misura temporanea, ma come asset potenzialmente utilizzabile, ridefinibile, redistribuibile. Questo apre una questione che va ben oltre il conflitto geopolitico.
L’autore del video sostiene che decenni di modifiche legislative abbiano progressivamente svuotato il concetto stesso di proprietà finanziaria. I titoli non sono più posseduti direttamente, ma trasformati in un “credito pro-rata” verso intermediari come Euroclear. In altre parole: non sei proprietario di un bene, sei creditore di un sistema. E se il sistema entra in crisi, sei un creditore non garantito.
La causa intentata dalla Russia contro Euroclear rende questo scenario ancora più fragile. In caso di insolvenza o blocco legale dell’intermediario, entrano in gioco le norme di “porto sicuro”: strumenti pensati per evitare il collasso dei mercati, ma che di fatto permettono ai creditori garantiti – banche centrali, clearing house, grandi istituzioni – di sequestrare le garanzie senza interferenze giudiziarie. Gli altri restano in coda. Pensioni comprese.
Il punto più scomodo è proprio questo: il congelamento degli asset russi non viene presentato come un atto eccezionale, ma come qualcosa di tecnicamente possibile. E ciò che è tecnicamente possibile, in finanza, prima o poi viene esteso. Oggi riguarda una banca centrale “nemica”, domani potrebbe riguardare fondi sovrani, fondi pensione, conti titoli ordinari.
Il video parla apertamente di un possibile default a cascata, non come evento improvviso ma come conseguenza logica di un sistema che ha smaterializzato la proprietà per renderla più “efficiente”. E come spesso accade, l’efficienza vale solo finché tutto funziona. Quando qualcosa si rompe, i diritti individuali vengono dopo quelli sistemici.
Non è un allarme isterico, ma una lettura che merita attenzione. Perché se il principio passa, il messaggio è chiaro: nel nuovo ordine finanziario globale la priorità non è il proprietario finale, ma la stabilità delle infrastrutture. E chi sta sotto, paga.
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